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Esterno privato
L’opera nasce da una riflessione sul paradosso della sostenibilità contemporanea: la nostra tendenza a ricreare, in laboratorio, ciò che la natura produce spontaneamente. È più semplice inventare una eco-resina capace di purificare l’aria che piantare un albero. Da questa considerazione prende forma una serie di nove fotografie in bianco e nero che raccontano la relazione ambigua tra città, tecnologia e desiderio di rigenerazione. I materiali utilizzati sono fogli fotosensibili impressionati con la luce dello schermo di un telefono. Attraverso un processo lento, manuale e controllato, l’immagine digitale si traduce in traccia luminosa: la tecnologia non è più solo mezzo, ma materia viva. Su ciascun foglio si stratificano frammenti di architetture e palazzi che – combinati insieme – costituiscono un’unica struttura impossibile, un collage di cemento, ombre e riflessi. La sequenza fotografica segue un movimento ciclico: dalle prime immagini, che mostrano l’esterno di un edificio, si penetra gradualmente all’interno, fino a raggiungere il cuore più intimo dello spazio abitato, per poi riemergere verso l’esterno. Il senso di ripetizione e variazione tra un’immagine e l’altra genera un ritmo visivo che suggerisce una respirazione: inspirazione ed espirazione di luce, materia e pensiero. Su tutte le fotografie è stata stesa un’ eco-resina purificante, materiale sviluppato per migliorare la qualità dell’aria negli spazi chiusi. Questo gesto sperimentale unisce la ricerca tecnica alla dimensione concettuale dell’opera, trasformando la superficie fotografica in terreno vivo, aperto al cambiamento. Il processo di realizzazione è al tempo stesso tecnico e meditativo. L’uso dello schermo del telefono come fonte luminosa – dispositivo quotidiano e simbolo dell’immagine contemporanea – diventa un atto di appropriazione poetica: l’artificiale imprime la sua traccia su un supporto sensibile, restituendo alla fotografia una dimensione quasi alchemica. L’energia dell’opera risiede proprio in questa tensione: tra il gesto umano e il calcolo tecnologico, tra il desiderio di natura e la sua riproduzione simulata. “Esterno privato” invita a riflettere su come l’innovazione, pur con le migliori intenzioni, rischi di sostituire la semplicità del gesto naturale con la complessità del surrogato artificiale. In questo senso, l’opera non è una denuncia ma un atto di consapevolezza: un’immagine che respira, lentamente, nel cemento.
Esterno privato, 2026, ecoresina su fogli fotosensibili impressionati con il cellulare, ogni fotografia misura 17.8 x 24 cm
L’opera nasce da una riflessione sul paradosso della sostenibilità contemporanea: la nostra tendenza a ricreare, in laboratorio, ciò che la natura produce spontaneamente. È più semplice inventare una eco-resina capace di purificare l’aria che piantare un albero. Da questa considerazione prende forma una serie di nove fotografie in bianco e nero che raccontano la relazione ambigua tra città, tecnologia e desiderio di rigenerazione. I materiali utilizzati sono fogli fotosensibili impressionati con la luce dello schermo di un telefono. Attraverso un processo lento, manuale e controllato, l’immagine digitale si traduce in traccia luminosa: la tecnologia non è più solo mezzo, ma materia viva. Su ciascun foglio si stratificano frammenti di architetture e palazzi che – combinati insieme – costituiscono un’unica struttura impossibile, un collage di cemento, ombre e riflessi. La sequenza fotografica segue un movimento ciclico: dalle prime immagini, che mostrano l’esterno di un edificio, si penetra gradualmente all’interno, fino a raggiungere il cuore più intimo dello spazio abitato, per poi riemergere verso l’esterno. Il senso di ripetizione e variazione tra un’immagine e l’altra genera un ritmo visivo che suggerisce una respirazione: inspirazione ed espirazione di luce, materia e pensiero. Su tutte le fotografie è stata stesa un’ eco-resina purificante, materiale sviluppato per migliorare la qualità dell’aria negli spazi chiusi. Questo gesto sperimentale unisce la ricerca tecnica alla dimensione concettuale dell’opera, trasformando la superficie fotografica in terreno vivo, aperto al cambiamento. Il processo di realizzazione è al tempo stesso tecnico e meditativo. L’uso dello schermo del telefono come fonte luminosa – dispositivo quotidiano e simbolo dell’immagine contemporanea – diventa un atto di appropriazione poetica: l’artificiale imprime la sua traccia su un supporto sensibile, restituendo alla fotografia una dimensione quasi alchemica. L’energia dell’opera risiede proprio in questa tensione: tra il gesto umano e il calcolo tecnologico, tra il desiderio di natura e la sua riproduzione simulata. “Esterno privato” invita a riflettere su come l’innovazione, pur con le migliori intenzioni, rischi di sostituire la semplicità del gesto naturale con la complessità del surrogato artificiale. In questo senso, l’opera non è una denuncia ma un atto di consapevolezza: un’immagine che respira, lentamente, nel cemento.
Esterno privato, 2026, ecoresina su fogli fotosensibili impressionati con il cellulare, ogni fotografia misura 17.8 x 24 cm
Esterno privato ha partecipato a Energia fatta ad arte: il progetto nasce dall’accordo tra Regione Emilia-Romagna ed ENEA per promuovere la sostenibilità e la transizione energetica. L’ iniziativa invita le aziende del territorio a donare oggetti di uso comune o tecnologie industriali a giovani artisti e designer per interpretare il tema dell’energia attraverso linguaggi visivi e creativi. Sulla superfice di ogni fotografia infatti, è stata stesa Eco-resina protettiva, capace di purificare l’aria nella zona circostante e aiuta a contrastare la prolificazione batterica e virale.